pensieri

Time to be a bad girl

Non che sia una trasformazione indolore. Bisogna passare attraverso

Un anno davvero bisesto che si è portato via alcune persone importanti

Il dolore e la preoccupazione per le persone vicine

Le malattie che seguendo statistiche implacabili iniziano a colpire nella tua cerchia di amicizie e conoscenze

L’aver fatto i conti con la propria finitezza per la prima volta

Le svolte improvvise che portano aspetti che non avevi mai considerato

Il riacutizzarsi dell’emicrania

Svegliarsi sempre più spesso con una spietata lucidità.

Nei multisala c’è Wonder Woman, ma io quella storia la conosco già. Non è più tempo di essere buona, di impegnarmi e faticare solo come investimento per il futuro, di pacche sulle spalle della brava fanciulla.

E’ il tempo giusto per diventare una ragazzaccia.

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È di nuovo estate

Quando mi capita di ritornare in posti che non vedo da tanto è quasi scontato chiedere notizie dei vecchi amici o conoscenti, informarmi su cambiamenti avvenuti e in corso. Soprattutto se presenti anziani parenti, sarò spontaneamente aggiornata sul locale registro dei nati e dei morti, oltre che ovviamente su disgrazie e malanni vari.
Il ritorno in questo luogo virtuale dopo tanto tempo, invece, mi trova meno attrezzata sugli usi e costumi adatti. Ho notato alcuni cambiamenti nei blog che seguivo, la scomparsa di alcune voci e la nascita di nuove… ma non so se e a chi chiedere notizie su questo e quell’altro, temendo anche di essere piuttosto indiscreta. Allora inizio io a raccontare cosa mi è successo negli ultimi tempi: sono tornata per qualche momento sul palcoscenico, divertendomi un mondo; ho portato a termine alcuni lavori con discreta soddisfazione; ho subito un piccolo intervento chirurgico, con poche conseguenze sul piano fisico ma molte su quello psichico; il mio balcone fiorito è lussureggiante grazie all’aiuto provvidenziale della genitrice; ho continuato a dilettarmi con l’acquarello e lo yoga; mi sono ritrovata in situazioni totalmente nuove e al limite del paradossale. Insomma, non mi sono annoiata.
Ah, dimenticavo l’accadimento più clamoroso: ho comprato un paio di occhiali sui toni del rosa.

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Bisesto

Capisci che stai invecchiando quando i tuoi punti di riferimento intellettuale ed emotivo iniziano a morire non per incidenti o altre tragedie, ma per cause legate all’età. Quando ogni nuova conferma è per una certezza negativa. Quando “le cose dei giovani” sono così diverse e lontane che non le capisci; e quando quei giovani non capiscono le tue battute perché non hanno proprio idea di contesti e citazioni.

Stai invecchiando quando inizi a ridimensionare le prospettive e a restringere il tuo campo di azione, proprio tu che finora non ti sei mai posti limiti e hai sempre guardato lontano.

Qualcuno dice che molte di queste cose si chiamano saggezza e maturità, che aiutano anche a proteggersi dagli slanci fuori posto, dagli errori e dalle intemperanze tipiche dell’inesperta gioventù.

Io invece direi che mi fanno sentire triste e spenta e che voglio pensarci solo il 29 febbraio. Così invecchierò una volta ogni 4 anni.

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Bollino Rosso

Più che dai servizi sul caldo o sulle tracce della maturità, capisci che è arrivata davvero l’estate quando al TG parlano dei giorni da “bollino rosso”, quelli dell’esodo. Non importa che siano decenni che le città non si svuotano più come una volta, che ormai le ferie dei lavoratori non durino più di una – due settimane (e in genere chi ha il mese libero è perché non è pagato …), esodo e contro-esodo occuperanno l’apertura di giornali e TG ad inizio e fine di agosto, a celebrare l’ennesimo rito come piace tanto a noi Italiani.

E magari quel bollino renderà meno evidenti notizie presenti e ricorrenze passate ben più significative, perché è vero che durante le ferie in redazione ci sono “gli stagisti”, e che siamo tutti con la testa a riposo e apprezziamo la leggerezza, ma io quell’inizio di vacanze del 1980 me lo ricordo e lo voglio ricordare.

Eravamo in vacanza nella fu Jugoslavia e, anche per il diverso assetto europeo, non è che le notizie arrivassero istantaneamente come adesso. I canali televisivi erano quelli strettamente locali e i giornali italiani arrivavano via telex con 3-4 giorni di ritardo. Per noi bambini era ancora più vacanza quell’avventura in un paese così diverso ad una sola notte di traghetto.

Ricordo che un giorno, di pomeriggio, il personale dell’albergo era corso dai nostri genitori a dire concitatamente che era successo qualcosa in Italia, a Bologna. Ricordo che facevano vedere i loro quotidiani, che qualcuno con la radio provava a ricevere le stazioni che trasmettevano al di là dell’Adriatico e poi eravamo andati tutti davanti alla televisione, che era in bianco e nero e ovviamente parlava slavo, ma le immagini si capivano benissimo. Di quella crudezza che adesso non vedresti mai in un TG delle 20.30. Ricordo l’aria preoccupata e triste degli adulti, il tono nervoso ed indignato dei loro discorsi e che qualcuno voleva interrompere le vacanze per solidarietà con l’accaduto.

Ricordo che per non spaventare e deludere noi bambini si continuò ad andare in giro col gommone a tuffarsi dagli scogli e a inseguire lucertole, ma che fu una vacanza sottotono. I discorsi seri dei grandi continuarono quando siamo passati a trovare i nonni e quell’anno ci andammo in auto, mentre quasi sempre ci si andava col treno transitando dalla stazione di Bologna. La notte in cuccetta era un gioco che apriva e chiudeva le mie vacanze infantili, ma da allora ho iniziato a percepire che anche sulle cose più normali e divertenti poteva arrivare il male, un male così cattivo e potente che non sapevano spiegarlo neppure i miei genitori.

Da allora tutte le volte che capito a Bologna passo dalla stazione a rendere il mio breve omaggio, da allora tutti gli anni che arriva il “bollino rosso” ad inizio agosto, nella mia testa trafficata di pensieri in coda si fa largo un ricordo che continua a non lasciarmi risposte sufficienti.

Rush hour

(rielaborazione di esodo estivo preso dalla rete)

Asporto globalizzato

Sarà che oggi avevo poco da fare,

sarà che d’autunno sono più incline a perdermi dietro ai pensieri …

Ma il fatto che la prima cocacola che bevo dopo tanto tempo:

mi arrivi in lattina polacca,

portata con la bici da un ragazzo della pizzeria egiziana “Padrepio”,

una delle millemila pizzerie che hanno sede in questa città,

proprio quella che ospiterà la prossima Expo avente per titolo “nutrire il pianeta”…

beh, tutto ciò mi apre un mondo di riflessioni.

lattina

Mani in pasta

Quando mi capitava una giornata negativa, di solito mi buttavo da qualche parte a rimuginare nell’immobilità assoluta. Da qualche tempo, invece, reagisco con un insolito attivismo sia se la giornata è negativa per eventi occorsi, sia se lo è perché sono io ad avere la luna storta.

Sarà che… la frenesia fisica blocca il lavorio mentale e quindi ho trovato un modo per non consentirmi di avvolgermi nei miei pensieri.

Sarà che… le attività, soprattutto alcune di esse, sono un ottimo sfogo quando le mani si vorrebbe usarle su qualcuno.

Sarà che… fare qualcosa che porta ad un risultato nel brevissimo tempo è un balsamo per l’autostima, spesso latitante in tali giornate.

Le attività che prediligo sono in genere quelle domestiche (e qui scatterebbe una parentesi sul subconscio cresciuto fra tradizionalismo e orgoglio femminista), specialmente il preparare cibi che richiedano un impasto.

Impastare per me è decisamente catartico, se la miscela è liquida e girando con frusta o cucchiaio mi posso perdere seguendo le spire ipnotiche che sciolgono gli ingredienti.

Impastare però è anche piacere fisico, se c’è da farlo con le mani e posso affondare ritmicamente dita e nocche nella massa tiepida e cedevole, più o meno resistente a seconda dell’uso che ne regola la densità. Mi sento come il mio gatto quando è contento e, appunto, fa la pasta con le zampette.

È un po’ come usare quegli antistress che apparvero qualche anno fa (esistono ancora?), ma a me quegli aggeggi facevano innervosire ancor di più perché anche se li schiacciavi, lanciavi, strizzavi, poi ritornavano sempre nella forma iniziale. La pasta no, si modella secondo la volontà. Anche se oppone qualche resistenza, alla fine si adatta alla forma che vuoi darle.

Continuando nell’autoanalisi spicciola potrei rievocare proustianamente le belle sensazioni che provavo durante l’infanzia modellando la plastilina. Oppure, senza allontanarsi troppo nel tempo, richiamare la classica deformazione professionale (impastare è attività consueta nel mio campo e anche le mani in pasta metaforiche sono tipiche del mio settore di lavoro).

Fatto sta che oggi pioveva, il mio umore era abbastanza basso e mi sono messa a preparare una torta e una focaccia. Mentre mi concentravo sull’impasto e sul profumo del lievito in azione, un merlo si è posato fischiettando sulla ringhiera, vicino ai gerani. Ci siamo guardati per un breve momento attraverso il vetro della finestra e poi lui è volato via, portandosi dietro il mio malumore e il miagolio frustrato del gatto, che lo osservava con pensieri meno romantici.

Adesso non aspetto altro che assaporare il momento in cui la pasta lieviterà al calore del forno.

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