pensieri sparsi

Time to be a bad girl

Non che sia una trasformazione indolore. Bisogna passare attraverso

Un anno davvero bisesto che si è portato via alcune persone importanti

Il dolore e la preoccupazione per le persone vicine

Le malattie che seguendo statistiche implacabili iniziano a colpire nella tua cerchia di amicizie e conoscenze

L’aver fatto i conti con la propria finitezza per la prima volta

Le svolte improvvise che portano aspetti che non avevi mai considerato

Il riacutizzarsi dell’emicrania

Svegliarsi sempre più spesso con una spietata lucidità.

Nei multisala c’è Wonder Woman, ma io quella storia la conosco già. Non è più tempo di essere buona, di impegnarmi e faticare solo come investimento per il futuro, di pacche sulle spalle della brava fanciulla.

E’ il tempo giusto per diventare una ragazzaccia.

badGirl

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Bisesto

Capisci che stai invecchiando quando i tuoi punti di riferimento intellettuale ed emotivo iniziano a morire non per incidenti o altre tragedie, ma per cause legate all’età. Quando ogni nuova conferma è per una certezza negativa. Quando “le cose dei giovani” sono così diverse e lontane che non le capisci; e quando quei giovani non capiscono le tue battute perché non hanno proprio idea di contesti e citazioni.

Stai invecchiando quando inizi a ridimensionare le prospettive e a restringere il tuo campo di azione, proprio tu che finora non ti sei mai posti limiti e hai sempre guardato lontano.

Qualcuno dice che molte di queste cose si chiamano saggezza e maturità, che aiutano anche a proteggersi dagli slanci fuori posto, dagli errori e dalle intemperanze tipiche dell’inesperta gioventù.

Io invece direi che mi fanno sentire triste e spenta e che voglio pensarci solo il 29 febbraio. Così invecchierò una volta ogni 4 anni.

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24 Dicembre

Sono tornata da un bel po’ dalla mia vacanza da “bollino verde”. Avevo ritrovato una città molto calda e luminosa, per essere ormai pieno autunno. Qualche giorno dopo mi sono svegliata e c’era la nebbia, un nebbione di quelli che a Milano non si vedevano da un pezzo. Era il mattino del 14 novembre e la nebbia non era calata solo qui. Ci ha coperti tutti e ci è entrata anche dentro. Anche se la temperatura non era bassa per la stagione, si sentiva quel freddo e quello straniamento che si provano quando si guarda e non si vede nulla, non ci sono riferimenti per la direzione da prendere. E si preferisce stare rintanati in se stessi o, se ci sono, stringersi alle persone vicine per sentire almeno un po’ di calore.

Una nebbia fitta, sia fuori che dentro di me, e l’impossibilità di guardare lontano. Per qualche tempo mi è passata la voglia di uscire a fare un giro, sia per strade reali che per lidi virtuali.

Poi mi è venuto in mente che esistono dei modi per muoversi nella nebbia; qualcuno compete a navigatori esperti, ma altri sono anche alla portata di chiunque ha necessità o voglia di spostarsi. E questi metodi, generalmente, prevedono l’uso di luci. Bisogna solo capire quali siano quelle giuste.

TramMilano

Settembre

È stato un mese lunghissimo che non saprei definire. Impegnato e scanzonato, pieno di buoni propositi e di scoraggiamento, con tante idee e poche forze per realizzarle. Con qualche tristezza e pizzichi di vita, fra apoteosi degli sbalzi di umore e di forma fisica. Un po’ caldo, un po’ freddo e così si rischia di prendere un raffreddore. Dicono che sia tutto fisiologico, che la ripresa dopo l’estate sia tipicamente stressante nel bene e nel male, che poi questo settembre c’è stata la luna rossa e qualcuno, che sa di astrologia e robe simili, dice pure che questo mese porterà grandi cambiamenti a livello globale. Siamo in fase di transizione, l’ansia e l’eccitazione sono normali, così come pure depressione e apatia.

Finalmente sono tornate le mezze stagioni.

Perché è bello avere dei nipotini

Alcune validissime ragioni, non in ordine di rilevanza:

  • Perché puoi provare cose nuove (come il monopattino e il tappeto elastico) senza vergognarti delle figuracce
  • Perché puoi pacioccare liberamente con la loro montagna di Lego
  • Perché ti tocca assaggiare e magari terminare porzioni di schifezze golosissime
  • Perché è emozionante vedere i loro piccoli/grandi progressi quotidiani
  • Perché in loro compagnia puoi sfamare gli animaletti del lago senza sembrare la vecchia piccionara da giardinetto
  • Perché ammutoliscono istantaneamente quando inizi a leggere il libro prescelto della giornata
  • Perché ti fanno scoprire cose che non conoscevi o che avevi dimenticato
  • Perché conosci le parole magiche “pipì”, “pupù” e “scoreggia” che fanno scattare le loro risate a crepapelle
  • Perché appoggiano le testoline calde e assonnate sulle tue spalle mentre racconti per la quarta volta, su richiesta, la stessa storia
  • Perché ti cercano per giocare ma anche per mostrarti con orgoglio le loro imprese
  • Perché passando anche pochi giorni con loro sicuramente fai attività fisica
  • Perché dei loro momenti di furia o gelosia se ne occupa qualcun altro.

Bollino Rosso

Più che dai servizi sul caldo o sulle tracce della maturità, capisci che è arrivata davvero l’estate quando al TG parlano dei giorni da “bollino rosso”, quelli dell’esodo. Non importa che siano decenni che le città non si svuotano più come una volta, che ormai le ferie dei lavoratori non durino più di una – due settimane (e in genere chi ha il mese libero è perché non è pagato …), esodo e contro-esodo occuperanno l’apertura di giornali e TG ad inizio e fine di agosto, a celebrare l’ennesimo rito come piace tanto a noi Italiani.

E magari quel bollino renderà meno evidenti notizie presenti e ricorrenze passate ben più significative, perché è vero che durante le ferie in redazione ci sono “gli stagisti”, e che siamo tutti con la testa a riposo e apprezziamo la leggerezza, ma io quell’inizio di vacanze del 1980 me lo ricordo e lo voglio ricordare.

Eravamo in vacanza nella fu Jugoslavia e, anche per il diverso assetto europeo, non è che le notizie arrivassero istantaneamente come adesso. I canali televisivi erano quelli strettamente locali e i giornali italiani arrivavano via telex con 3-4 giorni di ritardo. Per noi bambini era ancora più vacanza quell’avventura in un paese così diverso ad una sola notte di traghetto.

Ricordo che un giorno, di pomeriggio, il personale dell’albergo era corso dai nostri genitori a dire concitatamente che era successo qualcosa in Italia, a Bologna. Ricordo che facevano vedere i loro quotidiani, che qualcuno con la radio provava a ricevere le stazioni che trasmettevano al di là dell’Adriatico e poi eravamo andati tutti davanti alla televisione, che era in bianco e nero e ovviamente parlava slavo, ma le immagini si capivano benissimo. Di quella crudezza che adesso non vedresti mai in un TG delle 20.30. Ricordo l’aria preoccupata e triste degli adulti, il tono nervoso ed indignato dei loro discorsi e che qualcuno voleva interrompere le vacanze per solidarietà con l’accaduto.

Ricordo che per non spaventare e deludere noi bambini si continuò ad andare in giro col gommone a tuffarsi dagli scogli e a inseguire lucertole, ma che fu una vacanza sottotono. I discorsi seri dei grandi continuarono quando siamo passati a trovare i nonni e quell’anno ci andammo in auto, mentre quasi sempre ci si andava col treno transitando dalla stazione di Bologna. La notte in cuccetta era un gioco che apriva e chiudeva le mie vacanze infantili, ma da allora ho iniziato a percepire che anche sulle cose più normali e divertenti poteva arrivare il male, un male così cattivo e potente che non sapevano spiegarlo neppure i miei genitori.

Da allora tutte le volte che capito a Bologna passo dalla stazione a rendere il mio breve omaggio, da allora tutti gli anni che arriva il “bollino rosso” ad inizio agosto, nella mia testa trafficata di pensieri in coda si fa largo un ricordo che continua a non lasciarmi risposte sufficienti.

Rush hour

(rielaborazione di esodo estivo preso dalla rete)

Della relatività del gusto e dei valori

Una delle cose che ho sicuramente ereditato dai miei genitori è la tendenza ad accumulare cose, attitudine che nei momenti più fortunati si potrebbe definire collezionismo.

Senza stare a scomodare teorie psicologiche più raffinate, è evidente che tale tendenza è frutto delle difficoltà patite dai miei nell’infanzia (e quindi della mancanza di cose), oltre che della ricerca di conservare le proprie origini e il proprio trascorso mediante il trasporto e la trasmissione di oggetti che li rievochino. La leggera forma di nomadismo che ha caratterizzato la storia della mia famiglia, passata anche a noi eredi, non ha fatto che rafforzare in me questa tendenza.

Fortunatamente, un minimo di consapevolezza e alcune necessità contingenti (traslochi, riorganizzazione degli spazi) hanno consentito a me e familiari di non superare mai la soglia del disagio, portandoci abbastanza lontano dall’essere dei sepolti in casa.

La strada per evitare l’ingresso nelle cronache locali e nei più orrendi reality passa necessariamente per il liberarsi dal superfluo, dopo averne individuati i limiti. Non fanno per noi teorie e libri attualmente di gran moda ma troppo estremi (vedasi quello della giapponese che mi sembra viri pericolosamente verso altre forme di disagio), quindi si procede in modo meno sistematico all’eliminazione degli oggetti ritenuti meno significativi. La cosa preferibile è chiaramente quella di passarli a qualcun altro in modo che possano “continuare a vivere”, rendendo così felice la coscienza riciclatrice. Ancor meglio è poterne trarre profitto, ma, in mancanza d’altre soluzioni, persino il buttare via alla fine risulta catartico, specie se consente una gratificante raccolta differenziata.

Dato che lo stile minimal non è decisamente nelle nostre corde, le cose sacrificate saranno solo quelle più lontane dal nostro gusto e da quello che percepiamo “essere di valore” affettivo o venale.

Penso che quasi tutti gli esseri umani abbiano sperimentato qualche forma di accumulo che ha fatto sembrare indispensabili e preziosissime delle cose che qualche tempo dopo sono apparse delle immani zozzerie. Questo è di grande aiuto nell’individuare facilmente gli oggetti da cui liberarci per primi. Ebbene, nel caso della mia famiglia questo processo assume forme alquanto discutibili.

Posto che la vita possa portare a cambiamenti nel valore sentimentale delle cose, mi ero illusa che almeno il gusto e la valutazione del valore economico potessero giungere ad un livello minimo di oggettività o almeno di condivisione fra gli affetti più cari.

Ebbene, ho dovuto ricredermi anche su questo, finendo a dovermi attivare per evitare i danni dell’imperscrutabile soggettività. Episodi recenti, citati in ordine temporale:

  • Volendo risistemare le camerette delle figliole ormai emigrate, i miei cari genitori hanno donato alla parrocchia fumetti e album di figurine, mentre hanno riposto accuratamente in cantina i testi delle scuole medie. Preziosi reperti anni ’80 sono così andati irrimediabilmente perduti.
  • Alcuni dei miei personaggi originali di STAR WARS (conservati con affetto dalla fine degli anni ’70) sono stati regalati ai bambini dei vicini e per poco ho evitato che i restanti, insieme ad un paio di macchinine da collezione, fossero destinati ad essere smembrati dai miei nipotini.
  • Durante le operazioni di pulizia di solaio e cantina della casa dei nonni, sono stati buttati via e/o regalati mobili e suppellettili vintage, mentre risultano recuperati e tenuti in bella vista orrendi soprammobili e animali imbalsamati. Sono riuscita a salvare un paio di radio d’epoca e, fortunatamente, la mammina ha deciso di risistemare e non dare via (per il momento) le sue bambole tipo Lenci.

Visti i precedenti episodi, che hanno portato ad un aumento della mia soglia di attenzione e, data la lontananza della casa di famiglia, ho chiesto oggi a mia madre se con il prossimo viaggio può portarmi i cappellini degli anni Venti regalati da una vecchia zia. Lei mi ha risposto che li ha già dati alla figlia di una sua amica perché occupavano spazio. Considerando che l’ultima volta che sono stata da loro ho trovato negli armadi mucchi di vecchie scatole di gelato Algida e prodotti da toeletta scaduti anni fa… mi sono dovuta arrendere alla totale assenza di logica nelle scelte personali e non ho avuto neppure la forza di reagire troppo animatamente.

Del resto, a forza di salvare cose di cui i miei si vogliono liberare, la mia casa sta assomigliando sempre più ad un mercatino delle pulci e lo spazio anche qui inizia a scarseggiare.

bambola-assassina

(Bambola assassina presa dalla rete. Quelle di famiglia non ho ancora avuto il coraggio di fotografarle)

L’ultimo giorno di primavera

È stato ieri, ed è stato uno dei giorni più lunghi dell’anno. Quando le giornate sono più lunghe riesco a fare molte cose.

Come andare a trovare prima una parente e poi un’amica che non vedevo da tempo e che adesso abitano nella stessa città.

Come visitare una mostra per trovarmi di fronte ad opere che desideravo vedere da quando ero poco più che una bambina.

Come fare una passeggiata nella città dove sono nata e che ho visto quasi sempre d’inverno conservandone un ricordo grigio e scostante, per riscoprirla adesso movimentata e poetica.

Riannodare per un po’ i miei sfasamenti spazio-temporali, unendo il presente al passato prossimo e a quello remoto.

E sul treno del ritorno, approfittando della luce presente fino a tardi, far scorrere lo sguardo attraverso la pianura fino a raggiungere l’orizzonte, interrotto solo da montagne lontane.  A ritrovare per un attimo quello scorcio di infinito che è una delle cose di cui sento la mancanza nella vita attuale.

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Mai dire May

Gli sbalzi termici del mese di maggio, che battono in frequenza e intensità persino i miei sbalzi d’umore, negli ultimi anni hanno aumentato la mia antipatia nei confronti di questo mese. Antipatia iniziata ai tempi delle elementari, quando il mese mariano ci costringeva al rito della messa quotidiana prima dell’inizio delle lezioni. La scuola di suore dove ho iniziato a studiare aveva mille meriti (di cui spero di riuscire a raccontare), ma fra i bellissimi ricordi legati a quei tempi di certo non spicca il sacrificio (o “fioretto”) mattutino di assistere ad una funzione completa, che peraltro riduceva il tempo da dedicare a più ludiche attività.

La nausea nei confronti del mese primaverile per eccellenza è proseguita con la gioventù e la coincidenza con il massimo fiorire dei problemi ciclici quali: aumento dei brufoli, culmine delle fatiche di studio (pagella e poi esami), ansie da saggio/prove di fine anno, inizio stagione di gare…senza dimenticare la fatidica prova costume. Negli ultimi tempi si è aggiunta l’insofferenza per i cliché melensi del mese (le rose, lo sbocciare della natura e dell’ammore, la festa della mamma, ecc ecc).

Sto probabilmente diventando acida, cinica e rancorosa, quindi decisamente vecchia dentro oltre che fuori. Non potendo permettermi costosi interventi esteriori (e qui ci sarebbe da scrivere anche sui penosi tentativi fai-da-te di sconfiggere il rilassamento cutaneo), cerco almeno di intervenire con un lifting dei pensieri, facendo lo sforzo di concentrarmi su quelli positivi per raggiungere un minimo livello di giovanile ottimismo.

Un esercizio molto utile a riguardo è stato quello di pensare a tutti i “mai dire mai” della mia vita che hanno portato ad insospettabili e inaspettati cambiamenti, ma scegliendo solo quelli con esito positivo. Ne elencherò alcuni, in ordine casuale:

  • Non potrei mai vivere a Milano
  • Non mi metterei mai con un uomo barbuto
  • Non mi passeranno mai le vertigini che mi vengono quando mi affaccio da un balcone
  • Quando avrò smesso l’attività agonistica non migliorerò mai più una prestazione fisica
  • Dopo una certa età non potrò mai più imparare a fare bene qualcosa di nuovo
  • Mai più le gonne corte quando sarò arrivata ai xx anni
  • Non mi piaceranno mai il vino e la birra

Ne ho altri che però per ora non hanno trovato smentita, per cui ometto di citarli, un po’ per timore e un po’ per scaramanzia.

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Un anno di blog

Ci sono varie ragioni per cui da qualche tempo non amo compleanni e anniversari che mi riguardano, tanto che praticamente non festeggio più. Ma per il primo anno del blog ho voglia di fare un’eccezione.

Un po’ perché queste pagine virtuali sono nate per esorcizzare alcune delle ragioni di cui sopra.

Un po’ perché di questa creatura sono abbastanza orgogliosa: in quest’anno ha fatto passi da gigante e li ha fatti fare anche me, dandomi la possibilità di soddisfare curiosità e di imparare tante cose.

Innanzi tutto ho iniziato a usare wordpress e ogni volta che si imparano cose nuove si cresce. Visti poi i cambiamenti che ogni tanto appaiono su sito, interfaccia, ecc, ci si tiene sempre in esercizio.

In secondo luogo, nonostante qualche pregiudizio iniziale, ho avuto la conferma che questo mondo non fa che riflettere il mondo reale, anche se tutto si muove ad una velocità superiore.

In poco tempo ho incontrato tante persone, ho letto tante belle voci. Alcune si sono rivelate purtroppo diverse dalla prima impressione, altre delle splendide sorprese.

Ho imparato che lo schermo non ci protegge dalla violenza, anche quella reale. E che (nonostante l’anonimato) dopo un po’ che si leggono i vari blog, alcuni tratti personalissimi rendono i loro autori unici e distinguibili, mostrando almeno una parte di ciò che si è nel “mondo reale”.

Ho trovato spunti per approfondire storie, musica, letture. La possibilità di guardare un fatto con occhi diversi e poterci riflettere su, senza dover necessariamente avere un confronto. Ma anche di godere semplicemente della bellezza di immagini e parole. Di sentirmi in alcuni casi come una confidente e, magari, provare la gioia di essere almeno un po’ di conforto, fosse anche attraverso un semplice commento. La possibilità di sfogarmi o raccontare, con la sorpresa che qualche volta ci sia qualcuno che “mi ascolta”.

Il divertimento di poter scambiare battute in libertà con chi ha il mio stesso tipo di sense of humor, di cogliere similitudini e affinità per scambiarsi idee… in qualche caso pure dal vivo, davanti ad un bicchiere di vino.

Ma anche la nostalgia per qualche pagina che non viene aggiornata da tempo, la strana sensazione  di provare un pizzico di preoccupazione quando pensi ai motivi per cui qualcuno, che in teoria non potresti neppure definire “conoscente”, non scrive più.

Volendo fare il classico bilancio, direi quindi che questo primo anno è stato davvero positivo sotto molti aspetti e spero, nonostante ci sia chi da tempo profetizza la morte del mondo-blog, di potervi incontrare qui ancora per molti, molti anni.

1 candelina

(candelina trovata nel web)