cose e città

È di nuovo estate

Quando mi capita di ritornare in posti che non vedo da tanto è quasi scontato chiedere notizie dei vecchi amici o conoscenti, informarmi su cambiamenti avvenuti e in corso. Soprattutto se presenti anziani parenti, sarò spontaneamente aggiornata sul locale registro dei nati e dei morti, oltre che ovviamente su disgrazie e malanni vari.
Il ritorno in questo luogo virtuale dopo tanto tempo, invece, mi trova meno attrezzata sugli usi e costumi adatti. Ho notato alcuni cambiamenti nei blog che seguivo, la scomparsa di alcune voci e la nascita di nuove… ma non so se e a chi chiedere notizie su questo e quell’altro, temendo anche di essere piuttosto indiscreta. Allora inizio io a raccontare cosa mi è successo negli ultimi tempi: sono tornata per qualche momento sul palcoscenico, divertendomi un mondo; ho portato a termine alcuni lavori con discreta soddisfazione; ho subito un piccolo intervento chirurgico, con poche conseguenze sul piano fisico ma molte su quello psichico; il mio balcone fiorito è lussureggiante grazie all’aiuto provvidenziale della genitrice; ho continuato a dilettarmi con l’acquarello e lo yoga; mi sono ritrovata in situazioni totalmente nuove e al limite del paradossale. Insomma, non mi sono annoiata.
Ah, dimenticavo l’accadimento più clamoroso: ho comprato un paio di occhiali sui toni del rosa.

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Della relatività del gusto e dei valori

Una delle cose che ho sicuramente ereditato dai miei genitori è la tendenza ad accumulare cose, attitudine che nei momenti più fortunati si potrebbe definire collezionismo.

Senza stare a scomodare teorie psicologiche più raffinate, è evidente che tale tendenza è frutto delle difficoltà patite dai miei nell’infanzia (e quindi della mancanza di cose), oltre che della ricerca di conservare le proprie origini e il proprio trascorso mediante il trasporto e la trasmissione di oggetti che li rievochino. La leggera forma di nomadismo che ha caratterizzato la storia della mia famiglia, passata anche a noi eredi, non ha fatto che rafforzare in me questa tendenza.

Fortunatamente, un minimo di consapevolezza e alcune necessità contingenti (traslochi, riorganizzazione degli spazi) hanno consentito a me e familiari di non superare mai la soglia del disagio, portandoci abbastanza lontano dall’essere dei sepolti in casa.

La strada per evitare l’ingresso nelle cronache locali e nei più orrendi reality passa necessariamente per il liberarsi dal superfluo, dopo averne individuati i limiti. Non fanno per noi teorie e libri attualmente di gran moda ma troppo estremi (vedasi quello della giapponese che mi sembra viri pericolosamente verso altre forme di disagio), quindi si procede in modo meno sistematico all’eliminazione degli oggetti ritenuti meno significativi. La cosa preferibile è chiaramente quella di passarli a qualcun altro in modo che possano “continuare a vivere”, rendendo così felice la coscienza riciclatrice. Ancor meglio è poterne trarre profitto, ma, in mancanza d’altre soluzioni, persino il buttare via alla fine risulta catartico, specie se consente una gratificante raccolta differenziata.

Dato che lo stile minimal non è decisamente nelle nostre corde, le cose sacrificate saranno solo quelle più lontane dal nostro gusto e da quello che percepiamo “essere di valore” affettivo o venale.

Penso che quasi tutti gli esseri umani abbiano sperimentato qualche forma di accumulo che ha fatto sembrare indispensabili e preziosissime delle cose che qualche tempo dopo sono apparse delle immani zozzerie. Questo è di grande aiuto nell’individuare facilmente gli oggetti da cui liberarci per primi. Ebbene, nel caso della mia famiglia questo processo assume forme alquanto discutibili.

Posto che la vita possa portare a cambiamenti nel valore sentimentale delle cose, mi ero illusa che almeno il gusto e la valutazione del valore economico potessero giungere ad un livello minimo di oggettività o almeno di condivisione fra gli affetti più cari.

Ebbene, ho dovuto ricredermi anche su questo, finendo a dovermi attivare per evitare i danni dell’imperscrutabile soggettività. Episodi recenti, citati in ordine temporale:

  • Volendo risistemare le camerette delle figliole ormai emigrate, i miei cari genitori hanno donato alla parrocchia fumetti e album di figurine, mentre hanno riposto accuratamente in cantina i testi delle scuole medie. Preziosi reperti anni ’80 sono così andati irrimediabilmente perduti.
  • Alcuni dei miei personaggi originali di STAR WARS (conservati con affetto dalla fine degli anni ’70) sono stati regalati ai bambini dei vicini e per poco ho evitato che i restanti, insieme ad un paio di macchinine da collezione, fossero destinati ad essere smembrati dai miei nipotini.
  • Durante le operazioni di pulizia di solaio e cantina della casa dei nonni, sono stati buttati via e/o regalati mobili e suppellettili vintage, mentre risultano recuperati e tenuti in bella vista orrendi soprammobili e animali imbalsamati. Sono riuscita a salvare un paio di radio d’epoca e, fortunatamente, la mammina ha deciso di risistemare e non dare via (per il momento) le sue bambole tipo Lenci.

Visti i precedenti episodi, che hanno portato ad un aumento della mia soglia di attenzione e, data la lontananza della casa di famiglia, ho chiesto oggi a mia madre se con il prossimo viaggio può portarmi i cappellini degli anni Venti regalati da una vecchia zia. Lei mi ha risposto che li ha già dati alla figlia di una sua amica perché occupavano spazio. Considerando che l’ultima volta che sono stata da loro ho trovato negli armadi mucchi di vecchie scatole di gelato Algida e prodotti da toeletta scaduti anni fa… mi sono dovuta arrendere alla totale assenza di logica nelle scelte personali e non ho avuto neppure la forza di reagire troppo animatamente.

Del resto, a forza di salvare cose di cui i miei si vogliono liberare, la mia casa sta assomigliando sempre più ad un mercatino delle pulci e lo spazio anche qui inizia a scarseggiare.

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(Bambola assassina presa dalla rete. Quelle di famiglia non ho ancora avuto il coraggio di fotografarle)

L’ultimo giorno di primavera

È stato ieri, ed è stato uno dei giorni più lunghi dell’anno. Quando le giornate sono più lunghe riesco a fare molte cose.

Come andare a trovare prima una parente e poi un’amica che non vedevo da tempo e che adesso abitano nella stessa città.

Come visitare una mostra per trovarmi di fronte ad opere che desideravo vedere da quando ero poco più che una bambina.

Come fare una passeggiata nella città dove sono nata e che ho visto quasi sempre d’inverno conservandone un ricordo grigio e scostante, per riscoprirla adesso movimentata e poetica.

Riannodare per un po’ i miei sfasamenti spazio-temporali, unendo il presente al passato prossimo e a quello remoto.

E sul treno del ritorno, approfittando della luce presente fino a tardi, far scorrere lo sguardo attraverso la pianura fino a raggiungere l’orizzonte, interrotto solo da montagne lontane.  A ritrovare per un attimo quello scorcio di infinito che è una delle cose di cui sento la mancanza nella vita attuale.

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